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Le accademie sono serate a cui vengono invitati i nostri più cari amici:
concerti, conferenze e incontri culturali.

Maurizio Deoriti e Gabriella Gherardi ( i Tati )
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Il cenacolo musicale di Rossini, in rue Chaussée d'Antin a Parigi.
 
Dopo la morte, nel 1845 di Isabella Colbran Rossini (dalla quale è separato dal 1830, ma con la quale mantiene affettuosi rapporti) Rossini sposa l'anno successivo sposa Olympe Pelissier, alla quale è legato da quasi quindici anni e che gli è sempre stata amorevolmente vicina durante il "deplorabile stato di salute in cui mi trovo per l'ostinatissimo mal di nervi che mi toglie i sonni e direi quasi l'uso della vita". Non sta bene e lo scrive a tutti gli amici: "Adorabile amico mio, voi desiderate che io di mio pugno vi scriva, eccomi ad obbedirvi; martirizzato come lo sono da tredici mesi di crisi nervosa che mi ha tolto sonno, palato, alterato l'udito e la vista e gettato in tal prostrazione di forze che non posso vestirmi né spogliarmi senza aiuto."
Un suo vecchio amico, medico di fiducia, gli consiglia: "Cigno di Pesaro, riprendete il vostro volo, ossia la vostra carrozza. Più io interrogo il vostro colon, la vostra milza, lombi e fegato, più vedo che gli organi funzionano male. Funzionano male perché voi siete triste; voi siete triste perché pranzate male; voi pranzate
male perché non componete più. Ciò che vi dico non è un ritornello. Bisogna lasciare Bologna, il cui cielo è troppo cocente, e andare a Parigi, dove il cielo è forse troppo freddo. Posate là il vostro nido in un splendido palazzo, dedicatevi alla buona tavola, ai buoni amici, alla buona musica; la gaiezza ritornerà a cantare in voi" Il 25 aprile 1855 i coniugi Rossini decidono di seguire il consiglio e salgono in carrozza alla volta di Parigi, dove arrivano a piccole tappe il 5 maggio: il Maestro, tra le varie fobie, è terrorizzato dal treno.

In effetti la salute migliora vistosamente: coccolato da sua moglie e riverito dai suoi due fedeli domestici Ninetta e Tonino, riprende gusto alla vita, allo humour, agli amici, alla gastronomia, al sonno. Si compra un terreno vicino a Passy e si costruisce una villa. Un amico tenta di dissuaderlo: "Che idea abitare laggiù! Non pensa alla ferrovia periferica che passerà sotto le finestre con i fischi delle locomotive in continuazione?" "Mio caro, chi ha assistito alla prima del Barbiere è vaccinato contro tutti i fischi di questo mondo!". Affitta anche uno splendido appartemento in Rue de la Chaussée d'Antin, che ben presto diventa il salotto più alla moda di Parigi, un vero e proprio crocevia artistico.

Rossini con Dumas, Hugo, Sand, Paganini e Liszt al piano.

Ritorna ad essere allegro e spiritoso, ad essere Rossini. E il vero Rossini non può non comporre. Il primo parto è una raccolta, Musique Anodine, sei fogli d'album sul testo metastasiano "Mi lagnerò tacendo". E' dedicata il 14 aprile 1857 "alla mia cara sposa Olimpia come semplice espressione di gratitudine per la cura amorevole e intelligente che m'ha prestata durante la mia troppo lunga e terribile malattia". E da questo momento il genio ricomincia a scatenarsi.Un giorno riceve la visita di Max von Weber, figlio dell'autore del Franco Cacciatore, che gli pone l'incauta domanda di rito, perché avesse lasciato il teatro. Il Maestro risponde freddamente: "Non mi parli di questo. Io compongo continuamente. Vede quella scansia piena di musica? Essa è stata scritta tutta dopo il Guglielmo Tell. Non pubblico più niente e scrivo perché non posso farne a meno".

Tutte le nuove musiche che compone sono proibite per il grande pubblico, ma non lo sono per tutto l'entourage molto esclusivo accolto nel corso delle famose
serate
di cui il tout Paris favoleggia. Gli inviti sono sollecitati in ogni modo ed in particolare i cantanti sono disposti a superare qualsiasi difficoltà per essere ammessi visto che la loro partecipazione a queste serate è quasi un riconoscimento alla loro arte. E' d'obbligo presentarsi in abito da sera e in frac. Solo il padrone di casa appare con la sua famosa zimarra tenuta chiusa da una spilla con un medaglione recante un ritratto di Handel. Ma soprattutto occorrono tre visti sul passaporto d'entrata: prima di tutto una assoluta deferenza verso la signora Rossini, e poi capacità di interessare o divertire Rossini ed essersi distinti in qualche campo. Queste serate, nelle quali si mischiano arte culinaria e degustazione musicale, si svolgono solitamente di venerdì o di sabato, e ne abbiamo particolareggiati resoconti dalle cronache dell'epoca.

"Fra i commensali, grande varietà, ma tutti nel 'tono sopracuto' della rinomanza: artisti e principi, uomini di stato e letterati, signore possibilmente belle e scienziati, gente di teatro e gente del cosiddetto gran mondo parigino e internazionale. Vi passano l'ineffabile fedelissimo maestro Carafa (veramente Carafa non vi passa: vi resta, è inamovibile, presente a ogni pranzo), i maestri Meyerbeer, Auber, Thomas, Saint-Saens, Giuseppe Verdi quando si trova a Parigi di passaggio o per l'allestimento di qualche sua opera; Auber e Saint-Saéns conversatori brillanti, Giuseppe Verdi taciturno; il principe Poniatowski, l'amico dei giorni fiorentini; Alessandro Dumas, che pur avendo passato la cinquantina è sempre vulcanico, divertentissimo, originalissimo, carico di gloria, di idee e di debiti, nonostante i favolosi guadagni; Gustavo Doré, il grande disegnatore che è anche conversatone spiritoso e ottimo cantante; l'amico Michotte che ha la specialità dei concerti sull'orlo dei bicchieri; il suonatore di corno Vivier, impagabile animatore di scenette umoristiche; l'abbondante primadonna Maria Alboni, abbondante di voce e di curve; la famosissima Maria Taglioni, figlia del danzatore milanese Filippo, colei che a furia di ballare sulle punte si era elevata fino a contessa: aveva ormai cinquant'anni, ma di quando in quando, si lasciava ancora convincere ad accennare qualche passo di danza in casa Rossini; Adelina Patti, tutta sorrisetti, graziette, capriccetti e trilli; il violinista genovese Camillo Sivori, che segue le orme dell'irraggiungibile Paganini; i cantanti Tamburini, Tamberlick, Badiali, il giovanissimo Arrigo Boito col suo compagno di studi Franco Faccio, l'editore Ricordi; il maestro Florimo, l'amico fraterno, il confidente di Vincenzo Bellini;
il barone Rothschild, il barone Haussmann che sta cambiando la fisionomia architettonica di Parigi, il cantante e critico Scudo... Presiede il Maestro, con la solennità di un patriarca, ma la solennità è soltanto nella figura prelatizia, perché subito egli si lascia andare alla più agile e divertente e spiritosa conversazione, eccitando e trascinando lo spirito degli altri col suo brio, la vivezza delle trovate e la inesauribile vena. Olimpia assiste con sussiego e ha la mania e la pretesa di venire onorata come il Maestro: e qualche disattento che non le rivolga complimenti bastevoli, viene radiato dalla lista dei frequentatori"
(Arnaldo Fraccaroli).

"Avevo una ventina d'anni cioè verso il 1857) - scrive il Saint-Saens - quando i coniugi Viardot mi presentarono al Rossini. Il grande maestro mi accolse con l'abituale sua gentilezza e m'invitò subito alle conversazioni serali. Circa un mese dopo, quando vide che io non chiedevo di farmi sentire da lui né come pianistané come compositore : 'Venite a trovarmi anche di giorno' , mi disse, 'parleremo insieme di musica'. Naturalmente, non mi feci troppo aspettare, e, con mia grande meraviglia, trovai un Rossini molo differente da quello della sera: interessante al più alto grado, dallo spirito aperto e dalle idee, se non avanzate, larghe però ed elevate. 'Avete scritto', mi disse un giorno, 'un duetto tra flauto e clarino per i signori Dorus e Leroy. Volete chiedere a questi egregi professori se verrebbero volentieri ad eseguirlo in una delle mie serate?'. I due insigni artisti non si fecero pregare; ed allora avvenne una cosa inaudita. Poichè in quella serata non v'era programma scritto, il Maestro fece credere che il duetto era di sua composizione. Si può perciò immaginare il successo che ottenne. Se ne volle il bis. Alla fine, il Rossini mi condusse nella sala dei rinfreschi e mi fece sedere accanto a sé tenendomi per mano in modo che non mi era possibile svincolarmi. Ed ecco una processione di ammiratori e cortigiani: ' Ah! Maestro, che capolavoro! Che meraviglia!...' Quando ebbero sgranata tutta la corona delle lodi, il Rossini tranquillo rispose: 'Sono anch'io del vostro parere Signori: però la composizione che avete intesa non è mia; è di questo giovane che vedete seduto accanto a me' "
(Saint-Saens).

Spesso Rossini siede al Pleyel a coda che troneggia nel salone ed intrattiene gli ospiti con l'ultima delle brevi composizioni da salotto per pianoforte solo, per piccoli complessi strumentali o vocali e per pianoforte e strumenti vari raccolte nei 14 Quaderni di Péchés de vieillesse (Peccati di Vecchiaia), come lui stesso chiama le pagine composte negli anni del suo volontario "esilio" a Parigi. Si tratta per il Maestro di un passatempo edonistico e capriccioso: Rossini si muove con la spregiudicatezza dell'antico buffone di corte. Il segnale inviato agli ospiti, nell'eccitante brusio del salon, è "badate che non si tratta di una cosa seria", ma dimostra ancora una volta il suo innegabile spirito, una fantasia ed un'inventiva straordinarie. La ritrovata ironia del Maestro è dimostrata in particolare nei titoli ameni, ammiccanti e fuorvianti, soprattutto dei brani pianistici: Il mio preludio igienico del mattino, Olio di ricino, Aborto di Polka-mazurka, Ouf! I piselli, Carne tritata romantica, Un Vitello al salto, le raccolte I quattro antipasti (i cui sottotitoli sono Rapanelli, Acciughe, Cetrioli e Burro) e I quattro mendicanti, nome di un noto dolce provenzale (sottotitoli I fichi secchi, Le mandorle, L'uvetta e Le noccioline). Il suo odio per i treno è descritto nei sottotitoli di Un piccolo treno di piacere: La campana di chiamata, Salita sul vagone, Macchine avanti, Il fischio diabolico, La dolce melodia del freno, Arrivo alla stazione, I leoni francesi (uomini, ndr) offrendo la mano alle "biches" (ragazze, ndr) per scendere dal vagone, Seguito del viaggio, Il terribile deragliamento, Primo uomo ferito, Secondo uomo ferito, Primo morto in Paradiso, Secondo morto all'inferno, Ode funebre, Amen, Non mi "beccano" più, Dolore acuto degli eredi, Tutto questo è naif, ma è vero. Anche i brani vocali sono divertenti e fantasiosi: ricordo per tutti una burla infantile, La chanson du bébé, col ritornello "Pipì, maman ...... Papa caca....." Tutte le pagine pianistiche sono dedicate "aux pianistes de la 4ème classe à la quelle j'ai l'honneur d'appartenir". Ma Rossini è tutt'altro che un pianista di quarta classe, come lascia scritto Auber: "Quanto alla sua arte di accompagnatore, anche in essa era meraviglioso; non su una tastiera ma su un'orchestra sembravano galoppare le mani vertiginose del pianista. Quando ebbe finito guardai automaticamente i tasti d'avorio: sembrava di vederli fumare! Quando tornai a casa, mi venne una gran voglia di buttare i miei spartiti nel fuoco: le fiamme li avrebbero riscaldati, mi dicevo scoraggiato. E poi, perché dedicarsi alla musica, se non lo si sa fare come Rossini?" E anche l'amico ed editore Giulio Ricordi lo conferma: "Il trionfo della serata fu quando Adelina Patti, Maria Alboni, il Gardoni e il Delle Sedie cantarono un quartetto del Rigoletto accompagnati da Rossini. Chi ha udito simile esecuzione non la dimenticherà per tutta la vita. Quale accompagnatore Rossini! Quale tocco preciso, netto, delicato! Una meraviglia. Conosco un solo altro maestro che possa gareggiare con Rossini nell'arte di accompagnare al piano: Giuseppe Verdi". Per i giovani compositori è un mito e lui dispensa consigli e raccomandazioni a quanti le richiedano: ad esempio Bizet riesce a "sfondare" a Roma grazie ad una sua lettera di presentazione a Felice Romani. Non risparmia invece critiche anche pesanti agli intellettuali e alle tendenze moderne della musica: "Non dimentichiamo, italiani, che l'Arte Musicale è tutta ideale ed espressiva .... che il Diletto deve essere la base e lo scopo di quest' Arte: Melodia semplice - Ritmo chiaro..... Questi nuovi filosofoni..... sono semplicemente il sostegno e gli avvocati di quei poveri compositori a cui mancano le idee, la fantasia". Dichiara di non poterne più di coloro che non sanno parlare o scrivere senza condire il tutto "con certe parolacce come Progresso, Decadenza, Avvenire, Passato, Presente, Convenzione ecc.".

Nell'estate del 1863 si dedica ad uno dei suoi ultimi Peccati di vecchiaia, la Petite Messe Solennelle, senza alcun dubbio uno dei suoi capolavori. In una premessa indirizzata "al buon Dio" scrive: "Dodici cantanti di tre sessi, uomini, donne e castrati, saranno sufficenti per l'esecuzione: otto per il coro, quattro per i soli, in totale dodici Cherubini. Dio mi perdoni l'accostamento. Dodici sono anche gli Apostoli nel celebre convito affrescato da Leonardo e chiamato l' Ultima Cena. E chi lo direbbe! Fra i tuoi discepoli ci sono anche quelli che prendono delle stecche. Signore, rassicurati, prometto che non ci sarà un Giuda alla mia cena e che i miei canteranno bene e con amore le tue Lodi e questa piccola composizione che è ohimé l'ultimo Peccato mortale della mia vecchiaia. - Passy 1863."
Alla fine della partitura autografa aggiunge: "Buon Dio, eccola fatta questa povera piccola Messa. Ho scritto della musica sacra, o della maledetta musica? (ndr: in francese, lingua nella quale scrive, è un gioco di parole: musique sacrée o sacrée musique) Ero nato per l'Opera Buffa, e tu lo sai bene! Poca scienza, un po' di cuore, ecco tutto. Sii dunque Benedetto e concedimi il Paradiso. G. Rossini - Passy 1863".
Dopo la Petite Messe Solennelle scrive ancora per l'Esposizione Universale di Parigi del 1867 una composizione mastodontica (mille esecutori): "A Napoleone III e al suo valente Popolo. Inno per baritono, un pontefice, coro di sommi sacerdoti, coro di vivandiere, soldati e popolo; con danze, campane, tamburi e cannoni, con accompagnamento di Grande Orchestra e Banda Militare. E scusate se è poco! Passy, 1867".
L'avvenimento fa scalpore, ma l'interesse di tutti è rivolto soprattutto alle incontrollate notizie sulla salute di un malato che ormai si è finiti col credere immaginario.

... Rossini si ammala gravemente nel settembre del 1868. Dopo un'ultima serata organizzata il 26 settembre 1868, la notizia della sua malattia viene annunciata e la sua dimora è letteralmente sommersa da lettere e telegrammi che giungono da tutto il mondo. "Un messaggero della Casa regnante viene quotidianamente a prendere notizie, mentre l'Ambasciatore d'Italia invia ogni giorno a Roma un bollettino sulla salute. I molti visitatori che non possono essere ammessi al capezzale del moribondo possono firmare il quaderno messo a loro disposizione" (Michotte).
Rossini si spegne tra le braccia dell'adorata e disperata Olympe, il 13 novembre



          ... il salotto, nella seconda metà dell'ottocento, offriva all'osservatore di costume un campionario ricco degli esemplari più estrosi ed inconsueti, non che d'Italia, d'Europa.

(Questo brano ci è stato gentilmente e preziosamente segnalato da Alberto Spano.
)

              La gamma coloristica ed ambientale andava dal "basso" (il pianterreno dei vicoli senza luce), abbondantemente fornito di cianfrusaglie, bambole di pezza e fiori finti, dove la chitarra ed il mandolino erano di casa, fino al palazzo gentilizio, più o meno fatiscente, dove il pianoforte era despota.

              Fu la borghesia a coltivare il prototipo del salotto napoletano. Vi troneggiava la dormeuse di velluto, contornata da poltrone, poltroncine e tabourets. Alle finestre tendoni e mantovane damascate proteggevano bianche e leggere cortine trapuntate di filets e di orli a giorno. Nella penombra il lampadario a "gocce" faceva spiccare in qualche angolo una mensola in cui falsi o veri "Capodimonte", inchinevoli e leziosi, simboleggiavano quelle danze che avrebbero chiuso la "periodica" con la tradizionale "quadriglia".

              Regina di questi convegni era spesso l'accollatissima e domestica pianista, che eseguiva sul Boisselot verticale la Priere d'une vierge o la Reverie di Rosellen. Perché sempre il pianoforte era il sostegno di queste riunioni mondane, sia che dovesse offrire ai convenuti delle chioccolanti esecuzioni della Bellissima di Coop, sia che servisse di aiuto alla cantante << che aveva una notevole voce di soprano sfogato >> e che si cimentava con celebri pezzi d'opera, giustificando le frequenti "steccate" col raffreddore contratto il giorno precedente al bagno "Ma Santé" di San Giovanni a Peduccio

             Il pianoforte a coda era tollerato nel salotto napoletano come un vecchio arnese pittoresco. E forse non a torto, trattandosi in generale di decrepiti Erard o fatiscenti Kaps, che un giorno costituirono l'emblema del progresso di quel meccanismo che, escogitato dall'italiano Bartolomeo Cristofori, fu captato da più tenaci ed attrezzati fabbricanti nordici.

             Il pianoforte chic fu il verticale. Da quello a corde diritte e telaio di legno con meccanica "a baionetta" all'altro a corde incrociate e telaio in ferro solennemente definito "gran formato".

             Su quelle tastiere d'avorio (anche le marche più rozze sdegnavano l'uso della cosiddetta "pastiglia") scorsero fiumi di note: arpeggi, scale, trilli, "volatine". Prima le candele di cera, poi quelle elettriche, simulanti anche lo sgocciolare del moccolo, illuminarono il leggio su cui troneggiava lo spartito della Parafrasi sul Mosè di De Meglio o le Reminescenze della "Sonnambula" di Cerimele.

             Il Ramsperger di Zia Annina era "gran formato" ed aveva un pedigree di alta nobiltà: era tedesco. Tanto bastava per far zittire chiunque osasse accennare a qualche riserva sulla sua efficienza. Era fabbricato a Stuttgart, nome inciso in oro sul legno nero del coperchio e che zia Annina traduceva bonariamente in "Studiacarte", supponendo fosse la dizione germanica di leggio.

             Il pianoforte verticale era l'ornamento base del salotto, dunque. La nostra ingratitudine lo considera quasi grottesco. Ingiustizia somma. Il pianoforte del salotto dorato, dell'anticamera falso Impero o del boudoir liberty sovraccarico di bibelots e di portafiori, fu il polo di attrazione di quanti vollero accostarsi alla musica. Abituati come siamo ad essere perseguitati dalla radio, a subire la suggestione, la violenza inarrestabile del televisore, schiavi inconsapevoli del condizionamento sadico ed irreversibile di questi mezzi di imposizione tecnologica, non possiamo ormai più immaginare la curiosità e l'interesse che destava l'esecuzione pianistica, fosse pure di Prima carezza di Costantino De Crescenzo, o quale potesse essere la rapinosa, accattivante sensazione provocata dall'ascoltare quasi furtivamente, un pianoforte sotto le finestre di un salotto di Vico Stretto ai Miracoli al chiarore d'un lampione a gas, in una sera estiva: anche se la vittima dell'esecutore dovesse identificarsi nella Patetica di Beethoven. Oppure quanto sia stato sano incitamento al nostro senso critico indugiarci a seguire, in ore più meridiane, dal balcone che dava sul piccolo, moribondo giardino, le evoluzioni compite dalla figlia del barone dirimpettaio, sul verticale dei Fratelli Federico a danno del Gazouillement de printemps di Sinding. E seguirne con ansia i tentativi inani di puntellare un'esecuzione che sarebbe dovuta essere pronta per la sera dell'onomastico paterno nella cornice d'un salotto già da alcuni giorni riassettato ed agghindato.

            Negli anni fra i due secoli, i maestri del salotto napoletano furono Salvatore Coppola prima, e Gennaro De Sena dopo. Del primo sentivo parlare in famiglia come d'un mito. Il suo valore d'insegnante era indiscusso e si concretava in fatto tangibile quando zia Annina sua discepola, magra, zitella, vestita di seta scura, con gonne a volants e colletto di tulle sostenuto da bacchettine di celluloide, si produceva in privatissime esercitazioni pianistiche serali alle quali furtivamente assistevo su una poltroncina damascata. Zia Annina, trascurando ogni preliminare allenamento tecnico, attaccava di colpo la trascrizione per la sola mano sinistra di Casta Diva operata da Ernesto Becucci sull'immortale melodia belliniana.

            Quella della mano sinistra fu una vera fissazione dell'ottocento. Grandi e piccoli estensori di pezzi pianistici furono suggestionati da questo espediente strumentale. Altrove, in queste pagine, è descritta la sorpresa che suscitava Teodoro Dohler quando faceva zittire l'orchestra per esibirsi in queste acrobatiche performances. E si è detto pure come Ferdinando Bonamici elaborasse molti e davvero difficili studi pianistici per la sola mano sinistra (non bastavano i grattacapi che, sempre più assillanti, il Circolo Musicale da lui fondato gli procurava!).

            Gennaro De Sena è vivo nel ricordo di quanti lo conobbero e sono, come me, sopravvissuti. Era un pulitissimo e distinto signore, magro, ben vestito, di modi amabili e corretti. Lo guardavo con ammirazione e rispetto quando entrava in casa nostra per impartire lezioni a mia sorella Maria: la sola che fosse autorizzata ad intrattenere rapporti con Euterpe. Certe volte "sentivo" la sua venuta. Lo immaginavo mentre saliva le scale e si accostava alla porta di mogano, orgogliosa di due pomi di ottone, e riconoscevo subito il suo modo particolare di premere il pulsante del campanello. Gli correvo incontro, gli correvo incontro chiedendogli di farmi assistere alla lezione, cosa che egli mi concedeva volentieri. Coltivava la speranza che i miei si decidessero, commossi da tanta infantile passione per il pianoforte, ad affidarmi a lui perché mi guidasse attraverso la selva insidiosa della tecnica. Ma né lui né io riuscimmo a convincere la mia famiglia circa l'importanza socio-culturale della musica. Ed io non potetti far altro che inseguire le vicende didattiche di mia sorella, ostinatamente decisa a non portare a compimento lo studio del Départ des hirondelles del suo maestro, di Gennaro De Sena. Un pezzo che, a seguirne con gli occhi le avventure grafiche, pareva che si fossero riversate sul foglio tutte le necrologie listate a doppio lutto per la scomparsa del Commendator Cacace, tante erano le righe nere che correvano sorreggendo miriadi di note, da sinistra verso destra o dall'alto al basso del pentagramma. Mia sorella ci s'arrabattava su in maniera alquanto maldestra. E Gennaro De Sena, non potendo resistere a tanto strazio, si sedeva al pianoforte facendo cinguettare, tra passaggetti e scalettine, le sue hirondelles sul Ramsperger mezzo scordato e col mi bemolle sopracuto privo ormai di tutt'e tre i "cantini" fatti saltare da mia sorella in un momento di stizza antipianistica.

              Chiedo scusa ai miei lettori! Un insopprimibile bisogno di comunicazione mi ha preso la mano e mi ha condotto a vergare questo bozzetto démodé ammuffito, ma pur sempre testimonianza d'un costume che ci teneva lontani da certe angosce esistenziali, da tante bramosie inappagabili, limitando i nostri desideri a cose semplici e pulite. (Vincenzo Vitali, Il pianoforte a Napoli nell'ottocento, Bibliopolis, Napoli 1983).