La Madonna Costantinopolitana
di Santa Giustina a Padova

http://www.iconografi.it/varie/contributo_scuola_san_luca.htm

La tradizione attribuisce la tavola all'evangelista San Luca.
Secondo la tradizione i segni del fuoco sono dovuti al rogo in cui venne gettata a Costantinopoli nel periodo delle lotte iconoclaste. La tavola, scagliata tra le fiamme, sarebbe volata miracolosamente tra le braccia di una donna che l’avrebbe consegnata al prete Urio custode della basilica dei Dodici Apostoli di Costantinopoli. Questi tra l’VIII e il IX secolo avrebbe portato a Padova, a Santa Giustina, il corpo di San Luca, le reliquie di San Mattia e l’icona per sottrarli alla ferocia iconoclasta.
Nel Quattrocento l’icona era molto rovinata. Il Vescovo Pietro Barozzi narra che quando si decise (non dice quando e a chi) di affidare l'icona ad un pittore, perchè la ritoccasse, la tavola misteriosamente tornò da sola al suo posto: questo parve un ammonimento: la Madonna non voleva che la sua immagine fosse toccata da mano umana. Nel Cinquecento l’icona fu ricoperta (foto in alto a destra) da una tela sottilissima con dipinti ad olio solo i volti della Madre e del Bambino, il tutto fu poi rivestito da una riza d’argento dorato e sbalzato con le due figure della Vergine e del Bambino. Il pittore non fu fedele all'originale sottostante, probabilmente perchè era illeggibile (nel 1959 si decise di separare l’icona dalla sovrastante pittura cinquecentesca).

L' icona è stata per secoli molto venerata dai padovani che la consideravano miracolosa e protettrice misericordiosa della città. Posta nel sacello di San Prosdocimo, in particolari circostanze veniva portata in processione: preghiere e suppliche le erano rivolte soprattutto in caso di siccità o per difendere i raccolti dal maltempo. Pietro Barozzi (vescovo di Padova dal 1487 al 1507) in una lettera ai monaci di Santa Giustina sottolinea la miracolosità dell’icona, durante la siccità, dopo tre giorni di digiuno l'icona veniva portata intorno al Prato della Valle e raramente non si verificava che piovesse.Fino agli anni Cinquanta, invocata come Salus populi patavini fu più volte portata processionalmente in Prato della Valle e solennemente esposta sull’altar maggiore della basilica.

Una ricostruzione dell'icona originale