L'origine dell'uso dei portici a Bologna

Bologna è oggi la città più porticata del mondo (oltre trentasette chilometri di portici).

Un grande impulso alla sua diffusione lo dette certamente, a metà del XIII secolo, la decisione di risolvere i problemi d'alloggio dell'accresciuta popolazione (per via dell'Università e delle immigrazioni del contado), mediante il sistema degli avancorpi appoggiati alle facciate delle case come nuovi alloggi sospesi, che lasciavano aperto il transito delle strade e, insieme, permettevano di custodire la gente dentro le mura.

Quindi si può pensare il portico, come prodotto degli avancorpi sorretti da travi catramate con sistema di sostegno a stampella. La romanico-gotica Casa Isolani (Strada Maggiore n.19), le Case Schiavina (Via Clavature n.16/18) e le Case Castellani (Via Caduti di Cefalonia n.3/5) col portico completo in legno, le Case Seracchioli (Via S. Stefano n.2 e P.zza della Mercanzia n.3), la Casa Reggiani (nella foto, in Via del Carro n.4), la Casa Azzoguidi (Via S. Nicolò n.2), Palazzo Grassi (Via Marsala n.12) e la casa che gli sta di fronte al n.17, la Casa di Via Begatto.

Dal Sei al Settecento, la città che, sui molti canali, vede il fiorire delle industrie della seta e della canapa, importanti in Europa, tenta di espandersi nel territorio mediante la bonifica e gli interventi nell'agricoltura.
Come un segno di questa espansione, essa getta in avanscoperta lunghe strisce porticate, che fanno capo ad edifici religiosi.
La costruzione (1619-31) del portico degli Alemanni: 167 archi per 650 metri. Congiungeva Porta Maggiore al Santuario di S. Maria Lacrimosa, ora chiesa parrocchiale di S.Maria degli Alemanni.

A ridosso del portico degli Alemanni si edificò nel 1667 il portico dei Mendicanti o del Ricovero (quello lungo l'attuale Via Albertoni).
I quasi quattro chilometri del portico di San Luca, iniziato nel 1674 e terminato nel 1715, dopo 65 anni di lavoro. Congiunge Porta Saragozza col Santuario della Madonna di S. Luca, sul Monte della Guardia.
Infine il 16 settembre 1811 si iniziò la costruzione dei 160 archi del portico della Certosa

Il grande portico di San Luca, intervallato dall'Arco del Meloncello (1732), indica il momento in cui la città lo esalta (il portico è pur sempre "populi commodo") in un impiego religioso, trasformandolo in un gioco spettacolare con la natura.
I portici legano oggi, come un lungo nastro unificante, strade, torri, palazzi, complessi conventuali, in un unico organismo sviluppatosi nel corso di sette secoli.
 

Rolando Dondarini: I portici
(in:Bologna medievale nella storia delle città, Patron, Bologna, 2000)

Caratteristica inconfondibile di Bologna è l'abbondante presenza di portici, che nel centro storico - quello racchiuso dai viali di circonvallazione che seguono fedelmente il percorso della terza cinta muraria detta della Circla - raggiungono lo sviluppo di ben 38 chilometri. Se si considera che all'esterno si estendono anche i lunghi tratti porticati che conducono alla basilica della Madonna di San Luca, quelli che uniscono il Meloncello alla Certosa, quelli che uniscono strada Maggiore alla chiesa di S. Maria degli Alemanni e tutti quelli edificati negli ultimi decenni, ci si rende conto che una simile estensione non trova riscontro altrove e che evidentemente deve essere motivata da qualche particolarità storica.
A parte i porticati che presumibilmente si costruirono in epoca romana sui frontistrada di case private e attorno a edifici pubblici, i portici medievali - quelli che a Bologna lasciarono la loro impronta sino ad oggi - ebbero un'origine più o meno analoga a quella che si verificò in ogni centro abitato. Ovunque erano il risultato di interventi effettuati dai proprietari degli edifici prospicienti le strade per guadagnare spazio nelle anguste città retratte, racchiuse dalle loro ridotte cerchie murarie altomedievali. Le modalità di tali interventi appaiono evidenti anche osservando le diverse tipologie rimaste: se nei solai superiori al piano terra si allungavano le travature verso l'esterno, ogni edificio poteva essere ampliato con sporgenze aeree. Ovvio che oltre certe dimensioni questi "sporti" richiedessero dei sostegni che scaricassero il loro peso a terra. A sostenere tali sporgenze si innalzavano così delle colonne che in origine erano in genere di legno e, che poggiando su piedi di pietra, andavano a congiungersi alle travi del primo solaio sporgente. Nei periodi di avvento e di prima affermazione dei comuni cittadini, quando il potere pubblico non era ancora in grado di tutelare gli spazi pubblici dagli abusi privati, i percorsi coperti che cosi si venivano ad affiancare alle case non solo sottraevano volumi e superfici alle strade cittadine, ma spesso costituivano uno stadio provvisorio prima della definitiva chiusura degli ambienti così ricavati a piano terra. Anche quando non si perveniva a tale chiusura, gli spazi protetti e luminosi ricavati davanti alla casa si rivelavano particolarmente adatti alle attività artigianali e commerciali. Dato che senz'altro simili interventi ne inducevano altri per emulazione, le invasioni del suolo pubblico giunsero spesso a contendere eccessivo spazio alle già strette vie del tempo. Per questo, allorché gli organi comunali assunsero capacità normative e coercitive su tutta la popolazione delle loro comunità - grosso modo tra seconda metà del XII e XIII secolo - quasi ovunque si pose fine a queste forme di abusivismo, imponendo ai proprietari dei portici più recenti ed ingombranti di abbatterli e proibendone nuove costruzioni senza averne avuto il consenso. È proprio a quest'epoca che si può far risalire la divaricazione della storia dei portici bolognesi rispetto a quelli di altri centri. Anche il Comune di Bologna volle prendere sotto controllo la situazione, tutelando gli spazi pubblici, ma invece di proibire nuovi portici, impose che si continuassero a costruire, non più ovviamente sul suolo pubblico, bensì su quello privato, dove peraltro doveva essere consentito il transito di tutti. Con questa inversione di competenze e di uso degli spazi porticati - dal suolo pubblico invaso dall'uso privato, al suolo privato che diveniva di uso pubblico - si ottenevano molteplici scopi. L'utilità degli spazi protetti veniva estesa affinché a giovarsene non fosse più soltanto il proprietario dello stabile, ma tutta la comunità; contemporaneamente, con la spettanza privata della proprietà, si scaricava su di essa sia l'onere della costruzione sia quello ben più gravoso, significativo e prolungato della manutenzione. Queste normative furono man mano precisate nel corso del XIII secolo attraverso provvedimenti specifici e rubriche statutarie in cui si dettarono anche le misure minime di larghezza e di altezza e alcune delle modalità costruttive. Così i portici divennero una costante dell'edilizia bolognese che con le dovute varianti costruttive si prolungò fino ad oggi.