Le radiografie

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Le radiografie recentemente eseguite hanno messo in luce l'aspetto primitivo, permettendo una meditata ipotesi sulla sua provenienza e la destinazione dell'icona nella fase originaria.
La letteratura critica specifica dell'immagine convergeva su ciò che aveva detto nel 1973 la Nikolajevic, che la riteneva opera dipinta in Italia. Con riferimenti all'arte italiana del XIII secolo sotto gli influssi delle icone crociate (la tradizione artistica recepita dalla cultura occidentale attraverso le crociate di quel periodo). Sempre nel 1973, il Bertelli da una parte, sulla scorta della leggenda di Teocle, la riportava ad un contesto costantinopolitano, dall'altra pensava a due immagini sovrapposte lamentando la mancanza di radiografie.

L'immagine originaria e il suo ambito formale.

Un ruolo fondamentale in questo studio della tavola hanno le radiografie recentemente eseguite che ne hanno messo in luce l'aspetto primitivo, permettendo una meditata ipotesi sulla sua provenienza e la sua destinazione nella fase originaria.
Le radiografie hanno, infatti, palesato l'esistenza di due immagini diverse e precedenti a quelle attualmente visibili, anche se perfettamente coincidenti nella tipologia e nella profilatura esterna. Nei tratti somatici delle immagini nascoste della Vergine e del Bambino è chiaramente visibile uno stile che si rifà all'età bizantina.
Con tutte le cautele che un immagine al negativo deve comportare, si nota nelle radiografie il predominio di un forte afflato spirituale, cui la forma si adegua senza essere sopraffatta, imprimendo soprattutto nei confronti del volto della Vergine un'espressione severa. Il viso ha contorni morbidi e plastici che sembrano bene accordarsi nell'accentuato arrotondamento del mento. Il naso allungato ha il setto sottile e la narice piccola e rialzata; la bocca ben equilibrata, con entrambe le labbra carnose, ed ha solo vagamente accennata la prosecuzione del labbro superiore. L'occhio è grande, moderatamente allungato ma equilibrato rispetto agli altri elementi del volto, ha la pupilla accentuata rispetto al globo e collocata in modo da dirigere lo sguardo verso l'osservatore. Il volto è innestato su un collo leggermente corto rispetto al viso, con una leggera zona d'ombra sotto il mento.

L'immagine del bambino che vediamo attraverso le radiografie sembra essere meno proporzionata poiché è condizionata dall'enfatico prolungarsi del braccio che supporta la mano grande e ben tornita, atteggiata nel gesto di benedizione probabilmente alla greca e non alla latina come nell'immagine visibile. Il panneggio del Bambino, più impostato su gruppi di pieghe sottili, dà un'impressione di maggiore solidità proprio perché condizionato dal largo gesto in un ampio dispiegarsi.

Nel suo complesso la tavola nascosta presenta fluidità pittorica, sicurezza e grande accuratezza di stesura, che la connotano come un'opera internamente omogenea e sicura, frutto di grande selezione formale.

Queste nascoste caratteristiche dell'immagine trovano una grande affinità di forma con le immagini superstiti della Vergine in S. Sofia a Costantinopoli datate presumibilmente fra il X ed XI secolo.

Da questo confronto non è ovviamente possibile nessun tipo di prese di posizione nei confronti del fatto che l'icona del Monte della Guardia venga effettivamente da S. Sofia, come vorrebbe la leggenda di Teocle. La qualità esecutiva parla comunque a favore di uno stile colto, uso ad una selezione formale fortemente accentuata, che rimanda con ogni probabilità ad uno stile bizantino.

Al di là dell'enorme differenza formale, sia in termini di struttura lineare che di trascrizione plastico-pittorica, le due immagini sovrapposte si raccordano su un'unica origine, quella della cosiddetta tipologia della Odighitria, parola derivante dal nome di un monastero collocato nei pressi di S. Sofia: Odeghon. La parola Odighitria ha poi un significato di grande valore religioso: "colei che indica il cammino". Ed è per questo che essa rappresenterà uno dei canoni fondamentali delle icone mariane, ossia delle icone della Vergine. Con queste considerazioni possiamo sicuramente affermare che vi è in entrambe le immagini della Madonna di San Luca la medesima concezione artistica, che conferma la connessione tra cultura orientale (bizantina) ed occidentale.

Un'altra significativa affinità tra occidente e oriente la ritroviamo nella similitudine tra la leggenda di Teocle e quella di Pulcheria-Eudocia; la prima racconta le vicissitudini di Teocle, il quale portò l'icona di San Luca da S. Sofia fino a Bologna; la seconda parla dell'arrivo della prima icona della Vergine, verso il V secolo, a Costantinopoli.

Da una parte l'icona visibile di fattura occidentale e l'icona nascosta di fattura orientale, dall'altra la leggenda di Teocle e la leggenda di Pulcheria. Tali affinità hanno valore non solo religioso, ma anche storico, perché indicano una straordinaria interrelazione tra umanità distanti. Questa icona non è solo il luogo che sancisce il legame tra il mondo sensibile e quello soprasensibile, ma è anche il luogo di fusione di umanità diverse eppure affini, affratellate dal medesimo intento: contemplare l'assoluto.