|
|
|
Politica
culturale americana
Sul libro della giornalista inglese Francis Stonor Saunders: The
Cultural Cold War: The CIA and the Worlds of Arts and Letters; The
New Press, New York 2000 (trad. francese: Qui mene la dance;
Denoel).
Benchè ci sia attualmente
un'attenzione verso questo testo, seguita alla guerra in Iraq e ad un
certo antiamericanismo (vedi la recentissima traduzione in francese);
l'accento andrebbe posto sulla pesante manipolazione della critica europea
e volto ad un rilancio delle radici culturali europee (storia, arte,
cinema, letteratura, ecc.).Se ritenete l'argomento interessante, fatelo
girare... Segue qualche recensione (molte
altre su internet si trovano in inglese, francese, tedesco, spagnolo)
E' uscita una traduzione in italiano (parziale): La guerra fredda culturale,
come recita il titolo italiano del ponderoso saggio che Fazi porta oggi
in libreria (traduzione di Silvio Calzavarini, pagine XVI+512, euro
21,50).
Le
attività culturali della Cia di Simone Turchetti
Nel
1947, con una legge per la sicurezza nazionale, il Congresso americano
permette la fondazione di un organismo dalle misteriose 'funzioni varie'
nella politica estera statunitense: la Central Intelligence Agency (Cia).
Qualche anno dopo, un atto governativo chiarisce che con 'funzioni varie'
occorre intendere spionaggio, propaganda clandestina, azioni sotto falso
nome e operazioni paramilitari e quant'altro permette di intervenire
nei processi decisionali di uno o più paesi stranieri. (p.32)
Francis Stonor Saunders, giornalista della rivista inglese The New Statesman,
analizza come tra il 1947 e il 1967 la Cia interviene nel dibattito
culturale americano ed europeo. Durante la guerra fredda, l'International
Organisations Division (Iod) diviene il centro della Cia per le attività
culturali. Nata per rispondere alle iniziative culturali dei sovietici
e dei comunisti europei, l'Iod finanzia l'organizzazione del Congress
for Cultural Freedom, che a sua volta promuove la libertà culturale
del mondo occidentale contro il comunismo e il totalitarismo sovietico.
Il Ccf si rivolge a intellettuali come Nicolas Nabokov, Arthur Koestler,
Denis de
Rougemont e Hannah Arendt e la sua attività consiste nell'organizzazione
di attività culturali di vario genere: incontri letterari, riviste,
mostre d'arte, concerti di musica classica, film e attività di
ricerca per intellettuali esuli provenienti dai paesi del blocco sovietico.
Dal 1948 il principale collegamento tra Cia e Ccf è Michael Josselson,
ex ufficiale americano incaricato degli affari culturali a Berlino durante
la guerra. La Cia riceve finanziamenti a pioggia dai contribuenti americani
e viene inoltre finanziata con il Piano Marshall, dato che il 5 per
cento degli interessi sul credito riscosso dagli Stati europei finisce
nelle casse dei servizi segreti. Josselson e i suoi colleghi danno questi
soldi a una serie di fondazioni americane (Ford, Fairfield, Rockfeller)
e queste a loro volta al Ccf cosicché la Cia non compare mai
in alcun documento ufficiale come il 'mecenate' delle iniziative culturali
del Ccf. 1984 e La Fattoria degli Animali di George Orwell divennero
dei film grazie a questi soldi, anche se ovviamente la Cia raccomandò
di cambiare il finale e rafforzare in senso antisovietico la trama orwelliana.
(p.294). Josselson si rivolge principalmente alla Non Communist Left
(Ncl), ovvero un complesso di intellettuali di estrazione socialista
che avevano in passato condiviso le battaglie ideologiche della sinistra,
ma che delusi dalla svolta stalinista potevano scagliarsi contro l'Unione
Sovietica e condannarne il rigore totalitario. La retorica e la propaganda
della libertà culturale presto si diffonde in Italia e si concretizza
nel finanziamento della rivista letteraria Tempo Presente edita da Ignazio
Silone e Nicola Chiaromonte, che la Saunders individua come personaggi
di spicco del Ccf e principali assegnatari dei finanziamenti
destinati ad attività culturali della Cia in Italia. (p.215).
Per più di 20 anni le attività culturali finanziate dalla
Cia orientano l'opinione degli intellettuali verso la Nato e sfruttano
le crisi interne al blocco sovietico (Ungheria,1956) per rilanciare
il ruolo trainante degli Stati Uniti nella vita politica degli stati
europei. Il sistema entra in crisi nel momento in cui la politica interventista
degli Stati Uniti (Vietnam,1957; Cuba,1961) inevitabilmente aliena l'opinione
degli intellettuali europei. Nel 1967, la crisi diventa irreversibile:
il giornale californiano Ramparts pubblica dettagli sul finanziamento
segreto della rivista inglese Encounter da parte della Cia, sulle interferenze
degli uomini della Cia nelle politiche editoriali della rivista e sul
fatto che il suo direttore Melvin Lasky è un agente CIA. (p.382)
L'affare Ramparts presto si trasforma per la Cia in una baia dei porci
nel campo della cultura. Josselson viene dimesso e il Ccf viene chiuso,
anche se la Cia sceglie la 'linea dura' solo per salvaguardare future
ingerenze nel dibattito culturale e rilanciarle attraverso altri canali.
Analizzando archivi americani e inglesi e raccogliendo le testimonianze
di alcuni fra i più importanti cold warriors nel campo della
cultura, la Saunders getta luce sui metodi del mecenatismo americano
e sulle pratiche del controllo degli intellettuali europei. La giornalista
giustamente concentra l'attenzione sul paradosso interno al concetto
di libertà culturale. La Cia indirettamente proponeva agli intellettuali
di esaltare gli Stati Uniti come paladino di tale libertà, proprio
mentre le sue ingerenze erano finalizzate a intaccarla e a impedire
la critica della politica estera americana. Predicare libertà
culturale e praticare (se necessario) la censura (p.321) diventa insomma
la parola d'ordine negli ambienti Cia. Il lavoro della Saunders permette
di guardare con disillusione ai luoghi culturali in cui si produce il
sostegno all'interventismo americano. Durante la guerra fredda, gli
appelli alla difesa della democrazia contro la tirannide, della civiltà
contro la barbarie, del coraggio americano contro la codardia, della
verità contro la falsità (p.421) nascevano nelle azioni
coperte dei servizi segreti americani piuttosto che nella riflessione
autonoma degli intellettuali. Nei conflitti post-guerra fredda come
la guerra in Afghanistan, l'idea di uno 'scontro tra civiltà',
che ideologicamente nasce in quel genere di appelli, trova grande spazio
in alcuni circoli intellettuali. Perché?
Simone
Turchetti (Galileo - Anno VII - n° 2, 19 gennaio 2002 - LIBRI
- Le attività culturali della Cia.
Francis Stonor Saunders The Cultural Cold War: The CIA and The World
of Arts and
Letters The New Press, 2000 pp. 528, euro 19,43)
|
|
Quando
la CIA favoriva la Pop Art di Achille Bonito Oliva
Pare
ci sia un paese in cui l'arte d'avanguardia abbia ottenuto l'unanimità
dei consensi, dall'opinione pubblica fino all'agenzia statale di controspionaggio:
gli Stati Uniti d'America. Qui avrebbe agito la Cia per distribuire
propri uomini nei consigli di amministrazione dei vari musei. Da qui
sarebbe partita la Cia per esportare, attraverso alcune fondazioni,
all'estero, artisti, musicisti e cineasti. Ininterrottamente dal 1947
al 1967 e all'insaputa dei vari Pollock Motherwell, Rothko, Armstrong,
Gillespie, Johns, Rauschenberg, de Kooning, Warhol ecc.
Tutto questo secondo Frances Stonor Saunders che ha pubblicato il libro
La guerra fredda culturale (New Press New York). Sicuramente il saggio
non ha intenti scandalistici piuttosto è frutto di una mentalità
puritana portata alla trasparenza e a una cruda lettura dei fatti. I
fatti sono la fine della seconda guerra mondiale, la divisione del mondo
in due blocchi.
L'arte delle neo-avanguardie americane, dall 'Action Painting, al New
Dada fino alla Pop Art ha costituito il sottofondo icono grafico della
mentalità capitalistica, corrispondenza esaltante tra deregulation
dei vincoli costituiti dell'economia e dei codici linguistici della
tradizione figurativa. In entrambi i casi conferma il mito di un garantismo
che ha sempre permeato la cultura anglosassone: l'individuo innanzitutto,
la sua difesa e valorizzazione.
Non
a caso troviamo sempre grandi magnati pronti a fondare musei e a sostenere
collezioni private sulla nuova arte americana, sempre comunque illustrazione
di una società opulenta, immagine della affluent society, rappresentazione
vitalistica e aggressiva della free society.
Per l'America questo significa l'espressione di libera arte in libero
stato, per noi che l'arte è lo sma~liante sostegno pubblicitario
di un sistema produttivo da celebrare ed esportare. Non a caso il nome
ricorrente è quello di Rockefeller.
Il
nome dei Rockefeller circola con insistenza nell'ambiente politico,
ma anche in quello artistico se ne potrebbe stendere un elenco dettagliato
che ricorda quello dei papi succedutisi nel Seicento e committenti di
un arte, il Barocco, usata come propaganda della Controriforma e diga
contro la Riforma protestante.
Se
nessuno pensa a Bernini e Borromini come sostenitori della Santa Inquisizione
così non è possibile fare facili equazioni tra arte ed
imperialismo Yankee. Piuttosto colpisce l'inusitata sottigliezza culturale
della Cia che contrappone alla cupa esportazione del realismo socialista
da parte del Kgb il riconoscimento dell'importanza di un'arte che, come
dice Nelson Rockefeller, rappresenta «la pittura della libertà
di impresa».
E' chiaro che l'arte sembra emendare i peccati di ogni committente,
I'eccesso di iniziativa privata come il monopolio o la violenza per
difenderlo. Gli americani hanno censurato per esempio che a monte dell'interesse
dei Rockefeller per l'arte c'è un fatto avvenuto nel 1914 che
ha portato poi alla fondazione del Modern Art Museum nel 1929 da parte
di Mr. John D. Rockefeller.
Il
padre di John, infatti, aveva represso uno sciopero in una sua miniera
a Ludlow nel Colorado. Il risultato: la morte di alcuni minatori, di
due donne e di undici bambini. Per far dimenticare l'eccidio fu consultato
Ivy Lee, il maggior public relation man dell'epoca. Lee, per tentare
di rilanciare la testata della grande Family, consigliò di associarne
il nome a opere di beneficenza e di cultura. Così si arriva alla
creazione della Rockefeller Foundation e del Moma.
Scelta
efficace per la committenza, gli artisti ed il pubblico. Naturalmente
funzionale allo scopo fino all'esplicita dichiarazione di David Rockefeller:
«Da un punto di vista economico l'impegno nelle arti può
significare diretti tangibili benefici, può apportare alla compagnia
una pubblicità estesa e promozionale, una più smagliante
reputazione pubblica un'accresciuta e consolidata immagine aziendale.
Può incrementare meglio le relazioni con la clientela, una più
pronta accettazione di prodotti della compagnia e un superiore apprezzamento
della loro qualità. La promozione delle arti può sollevare
il morale degli impiegati e attrarre personale qualificato.
Ecco
l'inaspettato riconoscimento di una funzione sociale dell'arte, anche
quella di avanguardia che sviluppa un ottimismo sperimentale di nuove
tecniche e materiali parallelo a quello produttivo delle imprese. Ecco
anche la corrispondenza tra mentalità collettiva del sistema
sociale e quella individuale di artisti come Jasper Johns che tramutano
la bandiera americana in valore pittorico o Leo Castelli (triestino
cosmopolita) che sostiene ed esporta l'arte americana nel mondo.
Sul
piano del computo delI'import-export internazionale, gli Stati Uniti
sicuramente hanno preferito a Karl Marx Groucho Marx, magari insinuandosi
nei cervelli della sinistra europea di quel tempo, quasi tutti intorpiditi
dai vapori dell'ideologia.
Achille Bonito Oliva (Un saggio negli Usa frutto di mentalità
puritana: QUANDO LA CIA FAVORIVA LA POP ART - Repubblica - giovedi 29
Maggio 2000)
|
|
Il
mondo piccolo di Guareschi e l'America della guerra fredda
di David N. Eldridge
23
febbraio 1953, Caro Owen, [...] Credo che ce labbiamo fatta ad
accantonare The little world of Don Camillo, in modo che non corra il
rischio di vincere lOscar per il Miglior Film Straniero. Per conto
mio non ritengo che questo film sia politicamente così pericoloso,
ma i leftists si sono talmente impegnati per farlo arrivare alla nomination,
e stanno facendo una tale campagna privata a suo favore che evidentemente
debbono vedere un gran vantaggio nel fatto che si guadagni lOscar.
Ecco perché mi sono mosso decisamente contro. Immagino che a
loro piaccia perché il finale del film indicherebbe che è
possibile per i Comunisti e gli altri vivere insieme felici e
contenti.
Non
sono nuovi agli storici i rapporti che intercorsero, nellAmerica
degli anni Cinquanta, tra Hollywood e i servizi segreti americani, naturalmente
nel nome di una preoccupazione autocensoria e anticomunista. Si conosce,
ad esempio, il ruolo di informatori dellFBI che ebbero Walt Disney
e Ronald Reagan. Più recente è invece il ritrovamento
e lattribuzione dei carteggi segreti, datati 1953, tra un executive
degli studios Paramount e un misterioso contatto (Dear Owen) alla Central
Intelligence Agency: queste carte, interpretate dagli studiosi Frances
Stonor Saunders prima e David N. Eldridge poi, rappresentano la prima
prova diretta dellinfluenza della CIA sul contenuto dei film prodotti
o distribuiti nellAmerica di quegli anni. In particolare, alcuni
passaggi delle lettere fanno esplicito riferimento al Don Camillo di
Duvivier, mostrando come, per interessante paradosso, il mondo
piccolo di un Guareschi destinato a restare a lungo la bestia
nera della sinistra italiana più intransigente si guadagnasse
invece, dallaltro lato dellOceano, il sostegno entusiasta
dei liberal e il precauzionale ostracismo della CIA. Proponiamo qui,
per inquadrare bene il clima della Hollywood che aveva paura di Don
Camillo e Peppone, parti del lavoro di David N. Eldridge, lo studioso
inglese (Università di Hull) che ha identificato la quinta
colonna hollywoodiana nella figura dellitaloamericano Luigi
Luraschi, capo della Foreign & Domestic Censorship alla Paramount
[N.d.R.]
A
questo stadio della guerra fredda, laccoglienza internazionale
ai film era materia di vero rilievo sia per il governo che per lindustria
del cinema. Dwight Eisenhower prese servizio il 20 gennaio 1953, in
un momento in cui allestero i sentimenti antiamericani erano in
crescita vertiginosa. La protesta internazionale contro limminente
esecuzione di Julius ed Ethel Rosenberg, riconosciuti colpevoli di aver
trasmesso segreti militari ai russi, era stata intensa e, quando in
Europa si registrarono dimostrazioni di piazza antiamericane, lAmerica
cominciò a dedicare precise energie al miglioramento della propria
immagine esterna. Non stupisce dunque che il cinema probabilmente il
mezzo di informazione culturale più ampiamente diffuso e accessibile,
già accusato negli anni Quaranta di far propaganda comunista
- divenisse oggetto di massima attenzione per il governo del 1953. I
rapporti della CIA annotano che funzionari dello State Department e
delle Nazioni Unite lavoravano apertamente a Hollywood in quellanno,
suggerendo miglioramenti ai film. La CIA era ancora più
circospetta, e sembra che vagliasse piuttosto la possibilità
di un piano o programma che arrivasse a incidere più direttamente
sul contenuto dei film. Hollywood, come hanno dimostrato gli studi della
Saunders, era solo un elemento (e di relativamente minore importanza)
nel più ampio progetto di guerra culturale che la
CIA intraprese nei primi anni Cinquanta. [...]
In
Europa, la CIA sponsorizzò gli adattamenti cinematografici della
Fattoria degli animali e 1984 di George Orwell a fini propagandistici.
A Hollywood, invece, lagenzia evitava diretti investimenti finanziari
(almeno stando ai documenti conosciuti) e preferiva usare informatori
interni per addomesticare i soggetti. Il primo impegno che la CIA si
era data era quello di rimuovere dai film qualsiasi cattivo comportamento
in materia di razzismo, alcolismo o attività criminale americana
nei confronti di cittadini di altri paesi, sostituendoli con limmagine
di unAmerica morale i cui abitanti rispettavano costumi
e sensibilità delle altre nazioni. [...]
Luigi
Luraschi partiva da un forte anticomunismo personale. Sembra che sia
stato lui a prendersi particolarmente a cuore le accuse di sovversione
comunista a Hollywood avanzate da McCarthy e dalla Commissione sulle
Attività Antiamericane, e ad avallare la caccia ai rossi
vigorosamente intrapresa dalle columnist di Los Angeles Louella Parsons
e Hedda Hopper. Le lettere di Luraschi al caro Owen dimostrano
fino a che punto il terrore dei rossi e le conseguenti liste nere rendessero
difficile, in questo periodo, la realizzazione di film che mostrassero
qualche tipo di attenzione politica o sociale. Luraschi era pronto a
utilizzare la propria autorità per ostacolare la produzione di
film come Il gigante, o di un soggetto, preso in considerazione da Billy
Wilder, su un GI che ha un figlio da una giapponese. Sfruttando il suo
ruolo allAcademy, Luraschi si spinse fino ad assicurare che film
di sinistra o comunque sospetti non ricevessero pubblici
riconoscimenti o tantomeno premi attribuiti dallindustria. Sosteneva
che, per quanto riguardava lattribuzione dei Premi Oscar 1953,
il suo ruolo era stato cruciale nel garantire che Mezzogiorno di fuoco
venisse escluso dalla competizione per il Miglior Film, e che aveva
ugualmente sventato ogni seria considerazione del Don Camillo di Duvivier
quale miglior film straniero. [...]
Nel
caso di Luraschi, ogni atteggiamento sembra essere stato pesantemente
esacerbato dalle sue radici italiane. Era infatti particolarmente critico
verso i film che a suo parere ridimensionavano la religione,
considerandoli strumenti con i quali i comunisti seminavano il germe
del dubbio sulla civiltà occidentale. In una delle sue ultime
lettere richiama lattenzione sul Francesco giullare di Dio di
Rossellini, appunto sul Don Camillo tratto da Guareschi e su una possibile
produzione della Figlia di Iorio da DAnnunzio - tutti film italiani,
tutti film, ribadiva, anticlericali quanto a tono e contenuto.
[Estratti
dal saggio "Dear Owen: The CIA, Luigi Luraschi and Hollywood, 1953",
apparso su: Historical Journal of Film, Radio and Television, giugno
2000. Ringraziamo lautore e il prof. David Ellwood].
|
Guerra
fredda: anche Jackson Pollock dipingeva per la Cia
Molti
nomi insospettabili tra gli intellettuali ingaggiati nel duello
a distanza fra gli Usa e lUnione sovietica
Di
Alessandro Zaccuri
Nonostante
tutto, anche la Guerra fredda è stata combattuta con il
piombo. Non quello delle pallottole, certo, ma piuttosto quello
che, nelle tipografie di una volta, si adoperava per stampare
libri e riviste in apparenza insospettabili. O quasi. Perché
fra gli anni Cinquanta e Sessanta qualche dubbio su sovvenzioni
e finanziamenti cominciava già a circolare, per quanto
prontamente tacitato dagli interessati. I quali forse intuivano,
ma difficilmente ammettevano - perfino con se stessi - di essere
le truppe scelte del conflitto a distanza fra il blocco statunitense
e quello sovietico. Tocca ora a Frances Stonor Saunders - una
studiosa inglese che per anni si è puntigliosamente e laboriosamente
documentata - rivelare una buona metà de La guerra fredda
culturale, come recita il titolo italiano del ponderoso saggio
che Fazi porta oggi in libreria (traduzione di Silvio Calzavarini,
pagine XVI+512, euro 21,50).
La metà che esce dall'ombra è quella che riguarda
«la Cia e il mondo delle lettere e delle arti» (così
il sottotitolo). L'emisfero ancora da illuminare, al contrario,
rimane quello sovietico, come ammette lo stesso Giovanni Fasanella,
autore di una prefazione che pecca qua e là di un certo
complottismo del tutto assente, invece, nel volume della Saunders.
Raccontata benissimo (non per niente il libro proviene dall'officina
della rivista britannica «Granta»), quella che si
dipana davanti al lettore è la storia di un consapevole
sforzo di convincimento psicologico su scala planetaria, condotto
non tanto - e non soltanto - con gli strumenti dell'intrattenimento
di massa, ma anche e specialmente con il contributo, più
o meno cosciente, dei massimi intellettuali europei dell'epoca.
A partire dal nostro Benedetto Croce, che nel 1950 tiene a battesimo
il Congresso per la libertà della cultura - l'organismo
al quale l'Agenzia americana demanda il coordinamento delle diverse
«operazioni» anticomuniste - per arrivare al poeta
inglese Stephen Spender, direttore niente affatto riluttante di
«Encounter», una delle numerose riviste attraverso
le quali si articola il progetto di persuasione politico-culturale
messo in atto dalla Cia. E in buona parte realizzato, se è
vero che tra le file della dissidenza antisovietica poteva accadere
di incontrare ex agenti del Kgb che aveva cambiato idea proprio
a causa della ripetuta lettura di «Encounter»...
Nelle vicende ricostruite dalla Saunders, in ogni caso, sono proprio
le riviste a giocare il ruolo più rilevante. La tedesca
«Der Monat», in primo luogo, sulle cui pagine vengono
originariamente pubblicati i testi poi raccolti ne Il Dio che
è fallito (e il best seller anticomunista di Arthur Koestler,
infatti, fu definito un prodotto di intelligence prima ancora
che dell'intellighenzia), ma anche l'italianissima «Tempo
presente» di Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte, sui cui
legami con i dirigenti Usa il volume della Saunders fornisce documenti
inoppugnabili.
Che lo sappiano o soltanto lo sospettino, tutti i guru del secondo
Novecento fanno puntualmente il gioco della Cia. Alcuni con entusiasmo,
come il critico Denis de Rougemont che, insieme con il compositore
Nicolas Nabokov (cugino del Vladimir di Lolita), rappresenta una
delle colonne del già ricordato Congresso per la libertà
della cultura. Altri in modo del tutto preterintenzionale, come
Jackson Pollock, il maestro dell'espressionismo astratto i cui
capolavori all american vengono abilmente contrapposti alle rigide
tele sfornate dai burocrati del realismo socialista.
Dal punto di vista culturale, la Guerra fredda si chiude poco
prima del fatidico 1968, costringendo molti reduci a cercare un
nuovo ingaggio. Un esempio? Irving Kristol, l'ideologo degli attuali
neocons. E adesso non venite a dire che è tutto un complotto.
|
Un libro al giorno
'LA GUERRA FREDDA CULTURALE' DI FRANCES STONOR SAUNDERS
Il libro presentato oggi dall'Ansa e'
'LA GUERRA FREDDA CULTURALE'
di Frances Stonor Saunders
(FAZI EDITORE, PP.479, EURO 21,50)
Nel pieno della Guerra Fredda gli Stati Uniti destinarono grandi
risorse a un programma segreto di propaganda culturale, rivolto
all'Europa occidentale e anche all'Italia con lo scopo di contrastare
il richiamo del comunismo sulle elite intellettuali e la crescita
del peso elettorale dei partiti di sinistra.
Questo piano, attuato dalla Cia e che coinvolse numerosi artisti
e intellettuali europei piu' o meno consapevoli, e' stato descritto
con ricchezza di documentazione, recentemente desecretata, da
Frances Stonor Sauders in un libro uscito per la prima volta nel
'99 in Inghilterra, l'anno dopo negli Usa e che ora esce in Italia
con la prefazione di Giovanni Fasanella. Il volume, e' facile
intuirlo, e' alquanto scabroso, tanto che in alcuni casi venne
ignorato o accusato di puritanesimo. Scabroso perche' a quel programma
di ''guerra psicologica'' (ispirato dallo stesso Frank Lindsay
che aveva organizzato in Europa la rete Gladio) parteciparono,
con diversi gradi di consapevolezza, molti dei nomi piu' altisonanti
del Novecento arruolati per contrastare l'influenza comunista:
scrittori, filosofi, scienziati, storici, registi e direttori
d'orchestra. Fra gli italiani: Bendetto Croce, Ignazio Silone,
Nicola Chiaromonte, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi,
Italo Calvino e Vasco Pratolini. La punta di lancia del 'packet'
era il 'Congresso per la liberta' della cultura', un'internazionale
di cervelli nata a Berlino nel 1950 e fino al 1967 attivo in molti
paesi attraverso rinomate riviste letterarie il Congresso raccoglieva
uomini di cultura, in gran parte di estrazione liberaldemocratica
o radicale, di sinistra non marxista o ex comunisti delusi dallo
stalinismo. In Italia, come e' dimostrato dai documenti pubblicati
in appendice, veniva finanziata e 'consigliata' con discrezione
la rivista 'Tempo Presente' coodiretta da Nicola Chiaromonte e
Ignazio Silone, finanziamenti arrivarono anche al festival di
Spoleto. E uno scrittore scomodo come Alberto Moravia veniva temuto
e tenuto sotto osservazione per le sue affermazioni.
|
 |
|
 |
|