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Il
mito del progresso nell'arte contemporanea
Gabriella Gherardi, estratto dalla Tesi di Laurea, Bologna 1995
E'
interessante riferirsi alla storia dell'idea di progresso, con particolare
riguardo rispetto all'arte; per un'analisi dei problemi dell'arte oggi.
Si possono trarre modi possibili e non negativi d'intendere il progresso
e la modernità, un tentativo di "ri-definizione" dell'arte.
Anche
se la concezione della storia dell'antichità è ciclica, in Platone
è presente un principio dinamico che con Aristotele diventerà teleologico;
perciò si può attribuire la nascita dell'idea di progresso all'antichità,
sottolineandone il carattere finito e relativo.
Nel Cristianesimo prevale una visione unitaria e lineare della storia
tutta, inoltre (facendo dipendere tutto
dalla volontà divina) il concetto di decadenza lascia il posto a quello
di colpa.
Il Rinascimento storicizzando la decadenza romana e andandone
a cercare le cause naturali e umane, riconquista una prospettiva storica.
Si apre la strada della critica alla credenza in una costante degenerazione
dell'umanità e all'esistenza di un età aurea; la natura è sempre la
stessa e questo comporta la permanenza e inalterabilità delle facoltà
umane: prende forza l'idea di progresso dato dal carattere cumulativo
dell'esperienza e del pensiero umano. Tutti questi motivi saranno affermati
nel Seicento dalla Querelle
des anciens et des modernes.
L'Illuminismo è fondamentale per l'affermazione della fede nel progresso,
ma lo pensa problematico e non inevitabile, implicando una misura (una
norma o un ideale) che la storia cerca di realizzare.
Con l'affermazione totale del concetto di progresso, nell'Ottocento,
c'è un cambiamento: nel Romanticismo il progresso assume il
carattere della necessità. La
Rivoluzione francese produsse un effetto "storicizzante";
da allora il tempo presente viene concepito in antitesi a tutto quello
"anteriore", in modo espressamente storico e temporale , e con riferimento all'avvenire. Lo storicismo rivolto
al passato di Hegel si trasforma nei giovani hegeliani in un futurismo
storico; essi non vogliono rappresentare soltanto un risultato della
storia, ma fare essi stessi epoca ed esser quindi "storici".
L'idea di storia universale risolve ogni questione nel e attraverso
il tempo storico; la nuova idea di storia è di un <<complesso
unitario e intrinsecamente orientato degli accadimenti>>, in cui
anche il "fine ultimo" è compreso nella storia. Secondo il teorema della secolarizzazione la
moderna filosofia della storia trae origine dalla fede biblica in un
compimento futuro e finisce con la secolarizzazione del suo modello
escatologico (sostituisce il Progresso alla Provvidenza, l'Uomo a Dio).
Con la caduta della prospettiva escatologio-religiosa come di quella
teleologico-laica di stampo illuminista o storicista, il progresso perde
la sua carica assiologica diventando mera enfatizzazione del nuovo.
La Modernità è l'epoca in cui si identifica il valore con la novità
in quanto tale.
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Paradigmi
storiografici
La
storia dell'arte greco-romana è una storia di invenzioni, qui nasce
l'idea di progresso come sviluppo dell'abilità tecnica di imitare la natura
lo
sviluppo è progresso o regresso a seconda che si avvicini o no alla norma,
l'opera è una "tappa-verso";
Vasari non farà che riprendere questo modello.
Nel 1400 l'interpretazione scientifica della natura per opera dell'artista-scienzato
comporta una nuova accelerazione dello sviluppo artistico; ma con la formazione
del metodo scientifico l'arte si separa dalla scienza perdendo questo
propulsore, all'arte resterà solo quel progresso (finito) descritto
dal Vasari.
La ragione critica dell'illuminismo (la sua rivalutazione dell'esperienza,
dei fatti, della sensazione) porta ad una nuovo tipo di attenzione per
l'arte che contribuirà alla nascita dell'estetica. Dopo il riconoscimento
dell'autonomia e specificità al fare artistico arriverà anche una scienza
dell'arte. Con l'estetica si ha una nuova concezione della storia dell'arte:
la storia dell'arte si distacca dalla concreta e contemporanea produzione
artistica, i periodi storici diventano modelli, viene abolito il presente
come punto di riferimento; il concetto di autonomia lasciando gli artisti
in una situazione di "vuoto" (privati di regole e obblighi)
favorirà il loro votarsi all'idea di progresso.
In alternativa alla storia dell'arte come sviluppo dell'abilità tecnica
nell'imitazione della natura si troveranno due tipi di storie; in entrambi
i casi la storia dell'arte non dipende da un sistema di valori estetici
e non si parla più di decadenza ma anzi di superamento. 1) La descrizione
del corso dell'arte nella
storia (arte intesa hegelianamente come manifestazione dello spirito
dei tempi). 2) Storie che ordinano l'arte in una sequenza significativa
basandosi sul solo sviluppo della forma (Riegl, Wolflinn, Focillon,
Kubler). Questo secondo modello vede
il progresso artistico dipendere dall'uso, dall'arricchimento e dalla
manipolazione dei dati sensoriali (sviluppo dal tattile all'ottico), riducendo
l'arte a conoscenza della forma e la storia dell'arte a una "storia
degli stili"; questa lettura risente comunque della concezione hegeliana
della storia in cui domina la necessità con la quale si compiono gli avvenimenti
storici (un periodo stilistico deve essere essenziale e finalistico come
qualunque altro). Si può far risalire a questo punto il concetto di
storia dell'arte come soluzione di problemi: non
solo un'opera acquisterà senso e realtà soltanto mediante il suo rapporto
con realizzazioni antecedenti e successive, ma l'artista non sarà un essere
libero perchè la sua situazione è condizionata dalla catena di eventi
che lo hanno preceduto. Tutto
ciò finirà per avallare l'idea che il "genio" sia uno che finisce
sempre con l'avere successo.
La "saga dell'evoluzione stilistica" offrì un paradigma
storiografico universale; questo guida tuttora la critica d'arte contemporanea,
anche se paradossalmente, qui la continuità del racconto è data dalla
novità. |
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Arte
d'avanguardia
Una
nuova concezione dell'arte si forma durante le rivoluzioni francesi
del 1830 e soprattutto del 1848. La partecipazione degli artisti agli
avvenimenti del presente porta ad una unità storico-politico-culturale,
in campo artistico chi era per la Rivoluzione doveva essere anche per
il progresso dell'arte.
L'arte si tinse di tutte le concezioni che erano andate delineandosi:
l'artista è mosso dal sacro spirito del mondo, le scoperte della scienza
come il miglioramento della politica, tutto fa credere che anche l'arte
sia soggetta a un rinnovamento. La concezione illimitata del progresso
si afferma ancor più con l'idea dell'artista ribelle, opera della logica
evolutiva secondo la liberazione dal dogma accademico.
Fu Ruskin
ad inaugurare quella teoria che oppone sapere a vedere, in cui la pittura
procede eliminando il sapere concettuale (e quindi i pregiudizi dovuti
alla tradizione). Il
sostituirsi della coscienza storica alla tradizione e l'affermazione dell'autonomia
dell'arte, costringe l'artista ad una scelta incessante fra possibilità
molteplici, mettendolo in uno stato di permanente disagio. Però
già Baudelaire associava il progresso alla conformità, come fosse
un fuggire di fronte all'esporsi con atti individuali ed un modo di confondersi
nel gruppo: la fede nel progresso offre un contesto strutturato. Questo
corrisponde bene a quella spiegazione che fa delle ideologie, nate coll'avanzare
della modernità, dei fenomeni compensativi del dissolvimento dei valori
tradizionali, della perdita di senso e dell'incapacità di sopportare la
profanità del mondo.
Sarà
la rottura dell'unità storico-politico-culturale che porterà all'arte
d'avanguardia,
con
la quale inizia la frammentazione e accelerazione nel susseguirsi dei
movimenti artistici. Le
avanguardie volendo inserirsi nel processo di trasformazione della società,
cambiarono il sistema dell'arte: da rappresentativo divenne funzionale;
il fallimento di questo obiettivo comporta l'assoluta irriducibilità dell'arte
al sistema culturale in atto e quindi la sua inattualità o addirittura
la sua impossibilità di sopravvivenza (la crisi dell'oggetto artistico
e dei valori tradizionali venuta con il passaggio dalle tecniche di rappresentazione
a quelle di ricerca, porta a interrogarsi sulla funzione dell'arte). Esclusi
dal sistema tecnico-economico di produzione, gli artisti diventano intellettuali
borghesi in rapporto di tensione e spesso di aspra polemica
con la stessa classe dirigente di cui fanno parte. |
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Morte
dell'arte
Oggi
la fede circa un progresso illimitato dell'umanità è in crisi, non si
crede più all'utilità del racconto progressivo. Anche l'atteggiamento
della scienza verso il progresso lineare è radicalmente cambiato, lo sviluppo
scientifico non è considerato un processo omogeneo di accrescimento del
sapere bensì una storia discontinua di mutamenti paradigmatici.
In campo artistico, si sta verificando un distacco rispetto sia all'arte
moderna che a quella pre-moderna ora viste come un tutto (mentre prima,
ci si opponeva alla tradizione e si stava nel moderno).
La fine della concezione di storia dell'arte universale e unificata
scritta seguendo un processo razionale e teleologico, porta a diagnosticare
sia la morte dell'arte sia la morte della storia dell'arte (Hans Belting).
A
partire dagli anni Settanta si è riparlato di "morte dell'arte".
L'arte non sta più avanzando; è rimasta un'"avanguardia-surrogato"
che può solo avere nostalgia del suo ruolo di cultura antagonista (Rosenberg).
Con la Pop Art, non c'è più opposizione rispetto ad una cultura maggioritaria
(alienazione dell'artista e ostilità dell'opinione pubblica non fanno
parte del vissuto dei protagonisti dell'arte oggi); quest'avanguardia
riconciliata con la società gode del potere di un mito: il mito della
ribellione. La Rivoluzione trasformandosi in rivoluzione artistica si
depoliticizza, a quest'avanguardismo "smilitarizzato" rimane
solo la marcia virtuosistica verso nuove vette di maestria formale. Ci
si può chiedere: avere un atteggiamento rivoluzionario significa essere
rivoluzionari? I veri rivoluzionari non hanno di mira un atteggiamento
ma qualche atto specifico. Solo accettando la rivoluzione come una tradizione
non derivata da una particolare rivolta si può parlare di "atteggiamento".
E solo questa arte rivoluzionaria così idealizzata offre al critico uno
schema valutativo. E dare giudizi in base alla concezione avanguardista
porta a contraddizioni: non è possibile subordinare il talento o lo stile
alle necessità della scoperta, e continuare ad insistere sui valori estetici.
Gli artisti hanno cercato l'azzeramento, la riduzione ai minimi
termini della complessità di un'opera, altri hanno cercato direttamente
la non-arte. Cosa hanno ottenuto? La "s-definizione dell'arte".
A questa situazione si è arrivati in nome di due credenze: in un caso
per ogni atto creativo è indispensabile incontrare la resistenza di una
tradizione, nell'altro tutto può essere arte. La storia dell'arte moderna
è la storia dell'anti-arte e della non-arte. Molte cose sono diventate
arte in quanto "appendice di una teoria" o grazie a <<dogmi
storici>> del tipo "la prima volta che"; l'aumento dei
commenti sull'arte è inversamente proporzionale alla povertà delle opere
prodotte. In più l'artista non ha motivo di ripetere una mossa già fatta
da altri, e in pratica ogni invenzione ostruisce una strada del progresso;
così dopo aver cancellato la tradizione, il nuovo è arrivato al punto
di eliminare se stesso. E' questo il paradosso della "tradizione
del nuovo": la modernità in quanto a) negazione della tradizione,
se diventa continua si istituisce come nuova tradizione (promulgazione
del sempre diverso) ma; b) la tradizione della rottura così ottenuta,
dovrebbe finire per negarsi essa stessa in quanto rottura.
Forti della consapevolezza che la fede nel progresso è tramontata, ci
sono coloro che proclamano l'avvento del postmoderno; ma spesso
la loro critica non è nè consapevole nè costruttiva: dell'idea di progresso
si dice solo che è finita, non funziona più. Preso letteralmente, il termine
postmoderno contiene una contraddizione: la modernità si definisce come
continuo superamento, come l'eterno "post" di se stessa; come
fare allora a differenziare moderno da postmoderno? Secondo Vattimo quello
che il prefisso "post" del postmoderno cerca di rivendicare,
è il congedo dalla modernità, il rifiuto della sua logica di sviluppo
e superamento. Il problema è trovare un autentica diversità nella concezione
postmoderna; questo è possibile solo se <<il post-moderno si caratterizza
non solo come novità rispetto al moderno, ma anche come dissoluzione della
categoria del nuovo, come esperienza di "fine della storia", piuttosto che come presentarsi
di uno stadio diverso, più progredito o regredito, non importa, della
storia stessa>>. Secondo Vattimo è proprio questo che sembra accadere
oggi: la ricerca del nuovo è diventata una routine e la nozione di progresso ha perso di senso; nella pratica
attuale e nella coscienza metodologica della storiografia si è dissolta
la Storia; e la moltiplicazione dei "centri" di storia creata
dai media produce anch'essa una de-storicizzazione dell'esperienza. Nelle
correnti artistiche contemporanee quest'analisi si rispecchia in due fenomeni:
1) l'arte nell'arte, la citazione e il commento, che sono una sorta di
"storia dell'arte applicata" (sia con la citazione dalla tradizione
che con i neo-ismi che citano le avanguardie); 2) la fuga dai generi e
mezzi convenzionali, dalla categoria "opera d'arte" nel suo
complesso, che rappresenta lo sforzo radicale di sottrarsi a tutta l'eredità
storica (premoderna e moderna). "Perduta" l'opera d'arte consueta,
spiccano in particolare il rifiuto dell'autonomia dell'arte e del contrasto
arte-vita. |
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Moderno
e Postmoderno
Ma
l'esistenza di un'arte postmoderna è messa in dubbio da molti (Lucie-Smith,
Boatto, Rosenberg, Baudrillard): si tratterebbe di "revival stilistici"
distinti dalle loro matrici prebelliche solo perchè sviluppano ed esasperano
una forma presa in prestito, minimizzando o addirittura abbandonando il
contenuto.
Tra i motivi addotti per spiegare come si sia giunti allo stato attuale
dell'arte, emerge quello dell'abolizione del presente come punto di riferimento.
Alla fine del Settecento si giudicava l'arte presente in nome del passato,
poi la perfezione dell'arte sarà messa nel futuro e l'arte del presente
giudicata secondo il paradigma del progresso. Così la teoria dell'avanguardia
non è altro che una nostalgia invertita, una <<caricatura del moderno>>.
Jean Clair che volendo distinguere l'avanguardia dalla modernità, si riallaccia
al pensiero di Baudelaire (primo a definire con chiarezza l'idea di moderno
ma anche fermamente ostile alle idee di progresso ed avanguardia), intravede
oggi la possibilità di un <<ritorno al senso originario della modernità>>,
e non la necessità di una reazione allo spirito moderno. Anche Odo Marquard
rivaluta la modernità: caratteristica del mondo moderno (e non del postmoderno)
è la pluralizzazione. Il termine "postmoderno" può essere uno
slogan antimodernistico, è allora una <<pericolosa illusione; non
è per nulla auspicabile, infatti, una soppressione del moderno>>;
oppure è una parola d'ordine pluralistica, e allora si tratta della <<conferma
di un antico e rispettabile motivo modernistico>>. Marquard identifica
tre tipi di antimodernismo e ne propone una storia in cui ancora è in
causa il presente: appunto la storia del rapporto fra gli intellettuali
e il presente. Sola fase positiva è l'affermazione (premodernistica) del
presente a spese del passato; questo è l'atteggiamento dell'illuminismo
classico da Voltaire a Hegel. Questo assenso nei confronti del presente
che stava all'origine del moderno, è stato ripetutamente abbandonato:
negando il presente in nome del passato o del futuro. All'antimodernismo
coniugato al futuro appartiene anche il programma della postmodernità.
Qui la modernità non scompare più perchè viene a mancare il ruolo del
futuro come redentore, così il massimo successo diventa il solo lasciare
dietro di sè la modernità; si può dire che <<il programma del postmoderno
è la fase implosiva dell'antimodernismo coniugato al futuro>>. |
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