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Iconografia del Compianto
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Il lamento funebre è un comportamento antichissimo che può
essere definito come una "determinata tecnica del piangere"
<<cioè come un modello di comportamento che la cultura fonda
e la tradizione conserva al fine di ridischiudere i valori che la crisi
del cordoglio rischia di compromettere. In quanto particolare tecnica
del piangere che riplasma culturalmente lo strazio naturale e astorico
(lo strazio per cui tutti "piangono ad un modo"), il lamento
funebre è azione rituale circoscritta da un orizzonte mitico>>
. In sostanza è un espediente per superare il trauma della morte,
ordinare memorie ed affetti legati alla scomparsa, dare una forma al dolore,
ordinare il pensiero sulla vita e sulla morte; è il modo in cui
gli uomini si allontanano dalle tombe su cui hanno pianto per continuare
a vivere. Il lamento rituale segue un ritmo o una cadenza che lo distinguono
dal parlare quotidiano, è accompagnato da una mimica definita e
tradizionalmente fissata, si svolge dal parossismo iniziale della crisi
andando verso il discorso; il discorso si basa su moduli verbali tradizionali
(rapporto di elementi fissi su cui s'innestano variabili) ed è
accompagnato da ritornelli emotivi periodici a volte corali. |
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| Accennando soltanto al pensiero delle civiltà
religiose del mondo antico, va sottolineato come l'esperienza della morte
sia affrontata entro la più vasta concezione dell'eterno ritorno
(il sole, la luna, le stagioni) ed in particolare in quel momento governato
dal lavoro dell'uomo che è il raccolto che segue la semina, infine
inserita in un orizzonte mitico (Osiride, Adone, Ba'al, Demetra...). La
morte, inserita in quadro di "destorificazione" diventa simbolo
di una permanenza o di un ritorno, in questo modo l'uomo antico poteva riuscire
a comprendere e superare l'evento luttoso. In società più tarde, come in Grecia, Roma ed Israele, iniziano a emergere disposizioni moderatrici che non proibiscono il lamento ma cercano di censurarne le espressioni più aspre. Ma se in Grecia (ad esempio Platone) i motivi sono soprattutto di ordine morale (bisogna mantenere un certo controllo e decoro), in Israele i motivi sono religiosi e incidono in modo più sostanziale. Il patto d'allenza stipulato tra Dio ed il suo popolo, nega la dimensione ciclica dell'eterno ritorno e apre alla irreversibilità della storia; un piano divino governa la dimensione del tempo, e si debbono riconoscere i "segni" che scandiscono lo svolgersi della storia sacra dall'inizio sino all'attesa fine (la venuta di Jahve). |
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| La crisi decisiva del lamento funebre come del
rito pagano avviene solo con l'avvento del Cristianesimo. Con l'incarnazione,
morte e resurrezione di Cristo la salvezza per l'uomo è gia data,
inizia il Regno che ha reso la morte apparente, sino alla seconda e definitiva
parousia. Nel Vangelo, si racconta di Gesù che vince la morte della
figlia del capo della sinagoga (Mt. 9, 18-26 e passi analoghi in Marco e
Luca), del figlio unico di una madre vedova (Lc. 7, 12-15), di Gesù
che respinge i lamenti delle donne durante la sua stessa ascesa al Calvario
(Luca, 23, 27-29) . La redenzione è attuata, la morte non è
più, è diventata apparente; la morte è diventata il
sonno da cui i dormienti risorgeranno con i loro corpi incorrotti. Non più
la morte fisica è il problema dell'uomo, ma il peccato. Il cristiano
non deve lamentarsi davanti alla morte, tutt'al più gli è
concesso un contenuto lacrimare, come fece Gesù al sepolcro di Lazzaro
(Giov. II, 35). La letteratura cristiana dei primi secoli abbonda di critiche
verso il lamento funebre: Paolo (1 lettera ai Tessalonicesi) , Tertulliano,
Origene, Cipriano (De mortalitate), Giovanni Crisostomo (De cons. mortis).
Questo non significa che immediatamente cessassero le antiche e tradizionali manifestazioni del cordoglio specialmente, ma non solo, tra i meno convinti e i meno acculturati: si conservano descrizioni di cordoglio pubblico in occasione di personaggi illustri, regnanti, membri della famiglia reale fino a tutto il XIII secolo. Quindi la Chiesa si oppone al lamento funebre pagano, in base alla sua nuova concezione cristiana della morte. Ma allo stesso tempo dovette svolgere un'azione "pedagogica" e lo fece appoggiandosi alla figura di Maria, una figura mediatrice interamente umana in cui era concepibile un maggiore abbandono alla terrestrità del dolore. Per questo motivo si trova in Maria uno svilupparsi drammatico del suo dolore. Nei Vangeli non esiste una Madonna che piange: davanti alla croce sta muta e nessuna espressione di dolore le è riferita, a questa immagine si può attribuire solo un "silenzioso soffrire" e al massimo un "contemplare velato di lacrime". Atteggiamento esemplato nello Stabat mater: Stabat mater dolorosa / iuxta crucem lacrimosa / dum pendebad filius: / cuius animam gementem, / contristatam et dolentem / pertransivit gladius ; il centro della meditazione religiosa non è qui il cordoglio di Maria, ma la mediazione che la sua figura offre per vivere come esperienza la passione di Cristo (fac me tecum piangere, fac ut portem Christi mortem). Ma questo atteggiamento di fronte alla morte era troppo sublime per essere d'aiuto ai semplici mortali, che continuavano a dovere affrontare il trauma della perdita. Il modello mariano del dolore quindi si trasformò. Negli apocrifi Acta Pilati (della prima metà del V sec.) il dolore di Maria è più vicino all'antico lamento funebre rituale: Maria sviene, poi tornata in sé si lamenta percotendosi il petto e graffiandosi le guance. Altro testo attribuito a Gregorio di Nazianzo ma più tardo, e il Christòs pàschon in cui Maria oscilla tra il lamento per la morte del figlio e quello per il peccato commesso da coloro che lo hanno fatto crocifiggere; e ancora dice che aspetterà e smetterà di lamentarsi quando vedrà Cristo risorto. Qui Maria è presentata come l'ultima lamentatrice in atto di patire la morte, che sancirà la fine dei lamenti nel momento della resurrezione. Il lamento di Maria è l'antecedente delle sacre rappresentazioni incentrate sulla rappresentazione drammatica della Passione di Cristo. Il lamento di Maria diventa un modello ideale per rappresentare il sentimento comune rispetto alla morte, sentimento composto di pazienza e speranza ma che lascia spazio anche ai dubbi ed alle incertezze che sfociano nelle manifestazioni di dolore. La mimica della disperazione pagana è in questo contesto riaccolta. |
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| Di questa mimica della lamentazione si possono prendere come esempi raffigurati su opere antiche : le braccia sollevate in alto e piegate ad angolo (che a seconda dei contesti possono esprimere cordoglio e disperazione ma anche giubilo o richiesta implorante); le braccia sempre sollevate si abbattono sulla testa o sul viso; un solo braccio steso in avanti col palmo rovesciato mentre l'altro è sul capo o disteso; le braccia battono sul petto a palme aperte o pugni chiusi; esibizione dei seni; braccia che percuotono le gambe; le braccia abbracciano le ginocchia (o il solo ginocchio sinistro); palme rovesciate e dita intrecciate con braccia stese verso il basso o stese in avanti |