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Mario Volpi : Opere Fotografiche (1981 - 2005)
 
2005, Udienze (part.)
Il finto passante, perso in un immenso spazio museale, sorpreso alla scoperta di incomprensibili architetture da lui stesso generate, vaga alla ricerca della eterna "nuova identità".
Le comparse in scala 1:87, giocano un ruolo complice anche nelle intriganti situazioni provocate dalle riattivate capacità attoriche dei protagonisti noti.
1986, Sylvia,no! Dolce come il miele (part.) Al di là delle specchiature dei Cibachrome,
in uno spazio sfondato che non offre resistenza all'occhio, volti insistenti radicati nella memoria collettiva e frutto di sempre più richieste "clonazioni", si affacciano da schermi di antichi baracconi Hollywoodiani. Una sorta di Hollywood vista attraverso la staticità del risultato fotografico, da cui nascono inedite forme di video-films esclusivamente mentali.
Le finzioni, intime scene che riempiono parzialmente quella certa essenzialità che è solo dell'immaginazione, ripropongono attraverso i nuovi ruoli dei vecchi divi, la "riteatralizzazione" di uno scenario novecentesco ormai visto dall'alto, tutto da ripensare.
(Mario Volpi)

1994, Franck (part.)

Mario Volpi

 

1986, La folla (part.)

1998, Barrage (part.)

Questo è un sito riposto della mente,
da cui emergono immagini a specchio di piccole installazioni che riportano alla luce facce note, troppo note: Marilyn, Bogart, …ma appunto perché troppo note, anche se scomparse dal reale, possiedono un grande potere, quello di riattivare l'immaginazione collettiva e "parlare" ancora attraverso quella gigantesca banca dati dei sentimenti che si chiama CINEMA, specchio di noi, pubblico.
Su quello schermo bianco che si tinge anche di neri, di grigi e di tutti i colori dello spettro ci siamo tanto riflessi e senza vedere la nostra faccia, attraverso i volti dei mitici interpreti, abbiamo detto: "…e noi? "

1995, Tradito...veglia...  (part.)

I volti che raccontano, quelli degli Orson, delle Marlene, dei vari Lorre, ancora vivi, vitali, andando a spigolare tra i fotogrammi, messi a confronto con finte comparse in una finzione coinvolgente che aspira ad un reale, si cimentano con successo sul terreno della loro consumata arte attorica nelle varie parti omai senza finale della loro eterna esistenza.
Interpretazioni intime e violente, ancora prepotentemente video-cinematografiche pur nella loro appartenenza ad una sola immagine; intime e violente perché nei toni dei bianchi e dei neri, per metà anelanti alle massime vette della luce e per l'altra metà
rivolte alla ricerca dell'oscuro.

1995, Dunque...questo...  (part.)

In particolare: il nero inteso come emblema del tempo, il bianco come rappresentazione dell'incorporeo e dell'atemporale.
Dallo scontro e dalla divaricazione dei due colori di base, l'eterno bipolarismo dell'individuo, diviso tra luce e ombra, tra materia e spirito.
(Mario Volpi)

 

Una "cellula di pensiero", muta,
si espande e prende corpo fino a diventare uno spazio mentale definito.
In questo luogo, finte presenze umane contemplano attori scelti, non più vivi, su schermi non veri, ancora in cerca di nuove identità.

1993, Onde,onde  (part.)

La situazione scenica, per non fallire, deve determinare un'area di finzione intrigante dedotta da un possibile reale in veri teatrini, non fotomontaggi.
Il raggiungimento di questo equilibrio tra protagonisti, scene e luci è la vera sfida tecnica.

1998, Onde...feriscono...  (part.)

Quanto può essere ingrandito un intimo pensiero che vuole rimanere tale?
Per non tradire la sua natura, esige d'essere realizzato in uno spazio ristretto, obbligando a protagonisti piccolissimi.
Un mondo lillipuziano impressionato sulla pellicola del profondo non può crescere più di tanto e impone un conseguente ingrandimento controllato per mantenere a tutti i costi "l'originale" senza rischiare lo stravolgimento e il conseguente annullamento alla maniera mediologica.
Dunque la dimessa dimensione poetica dell'immagine si vuole ancora una
volta salvare, per salvarsi deve rimanere bambina e il rischioso ingrandimento fotografico deve riuscire a mantenere l'equilibrio tra un'ipotesi realistica e la discendente finzione.

1985, Nerodue (part.)

Il risultato esce da un ridottissimo Set foto-cinematografico in cui la scenografia viene esaltata da finte comparse e attori scomparsi. Questi ultimi sostengono una parte mai interpretata in vita, quella inclusa in un solo sconosciuto fotogramma, "rubato" da un intero film e legato indissolubilmente alla comparsa di turno.
Per questa via personaggi mitici, quindi rodati, dai segni incisi nella memoria internazionale, condannati all'eternità ma non più padroni della propria immagine, prolungano la loro specificità attorica fuori dal loro tempo vissuto presentandosi ancora una volta come nuovi testimoni di un modo d' essere uomini, mostri e altro.
(Mario Volpi)

2005, Rissa (part.)

1992, Le colpe di Peter (part.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mario Volpi : Opere Fotografiche (1981 - 2005)